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Berlusconi, vittoria di Pirro. Becchino già in piazza
COMUNICATO STAMPA
Dichiarazione di Paolo Ferrero, segretario nazionale del Partito della Rifondazione Comunista La vittoria ottenuta oggi dal governo Berlusconi è una vittoria di Pirro. Il becchino di Berlusconi e del berlusconismo è già in piazza, ed è quel grandioso movimento di giovani che non si vogliono far scippare la vita dai corrotti che ci governano. Un movimento che trae dai mercanteggiamenti un motivo in più per opporsi a questo governo. Le manovre di palazzo di Fini si sono rivelate del tutto inefficaci. Adesso Berlusconi con quei numeri non può governare ed in più quei numeri sono unicamente il frutto della corruzione di una casta di cui si vergogna anche chi l’ha votata. Il governo ha quindi i giorni contati e noi continuiamo a chiedere le elezioni anticipate lavorando alla crescita del movimento di lotta. Ufficio stampa Prc-SE
Welfare – La destra sa dove trovare i soldi
Beni: «Noi facciamo qualcosa di sinistra»
Italia dei valori: Il tramonto di un partito personale
dal “Manifesto”
di Alberico Giostra
Mai come in questi luminosigiorni di fine imperoviene alla luce il parallelismoche lega Silvio Berlusconie Antonio Di Pietro. La loro crisimorale e politica è un gioco dispecchi. La spia della «malattia mortale» che mina il dipietrismo è ilriaffiorare periodico del «degregorismo», affezione ormai endemicadell’Idv.
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Dalla “Gazzetta di Mantova”
Tutte le buone ragioni perché il referendum non venga bocciato
Da “Il Manifesto”
Botta e risposta con i promotori
Nei giorni scorsi una sentenza sfavorevole della Consulta ha gettato lo scompiglio tra i sostenitori dell’acqua pubblica. Abbiamo rivolto alcune domande ai promotori dei quesiti referendari (Gianni Ferrara, Alberto Lucarelli, Ugo Mattei, Luca Nivarra,Stefano Rodotà).
Il governo Berlusconi risponde alla crisi con la politica dei tagli al sociale
Lettera alla “Voce di Mantova”
Mentre la crisi fa aumentare i disoccupati,povertà e disuguaglianze, il governo risponde con lo smantellamento dello stato sociale attraverso tagli e misure che promuovono un welfare mercantile e caritatevole dove il pubblico si ritrae, facendo venir meno il rispetto dei principi costituzionali , quelli che vedono lo Stato impegnato a rimuovere ogni ostacolo all’uguaglianza sociale (art.3).
Alberto Burgio: Riforma Gelmini, frutto bipartisan
Proviamo a fare un primo bilancio della battaglia sull’università, all’indomani del voto della camera sulla cosiddetta riforma Gelmini. Che si tratti di una legge pessima non vale la pena di ripeterlo. Dovesse andare in vigore (se il governo sopravvivrà e avrà tempo e forza per varare i decreti attuativi), ci troveremmo un’università ancor più autoritaria (tutto il potere ai rettori e agli amministratori, tutti i concorsi in mano agli ordinari), ancora più classista (per l’ulteriore aumento delle tasse di iscrizione), ancora più privatizzata (per l’ingresso delle imprese nei consigli di amministrazione e nelle fondazioni), ancora più ostile nei confronti dei giovani (tutti precarizzati) e ancora più sbilanciata a favore della ricerca applicata (a detrimento dei saperi «inutili» distanti dal mercato).
Questo lo sappiamo, e del resto parlano da sé lo scomposto attivismo della Crui e le pressioni della Confindustria coi suoi organi di stampa (in questo caso il Corriere della sera ancor più del Sole-24 Ore). Agli industriali dell’università non è mai interessato altro che poter sfruttare gratuitamente laboratori e saperi per i propri affari. Questa «riforma» glielo promette, il resto è retorica.
Ciò che nonostante tutto sorprende è lo spreco di menzogne sparse a piene mani lungo tutto l’iter della legge (circa due anni). Bugie sui fondi disponibili, bugie sulla lotta ai baroni, bugie sulla sorte dei ricercatori.
L’unico sussulto di sincerità – a tutti càpita a volte di sbagliare – la sedicente ministra l’ha avuto qualche giorno fa quando, sicura ormai del voto favorevole, ha detto che la sua «riforma» l’avrebbe finalmente fatta finita con «l’egualitarismo del ’68». Se pensiamo alla divisione della ricchezza in questo Paese, non si sa se ridere o infuriarsi.
Questo revanscismo di una oligarchia di mediocri e di ignoranti barricati nel privilegio e orgogliosi della propria arroganza è l’aspetto più vergognoso di questa vicenda indecente. Anche se lo stenografico del senato non ne reca traccia (chissà poi perché), la gaffe della ministra che sbaglia accento su egida (pronunciò «egìda», tra il divertito sconcerto dell’aula) resta un paradigma. E un monumento alla meritocrazia di cui costei ama riempirsi la bocca.
Già, la meritocrazia. Tutti zelanti custodi del merito in Italia. Nessuno o quasi sembra accorgersi che premiare i meriti è giusto se non comporta la violazione di diritti (e studiare e formarsi è un diritto che la Costituzione riconosce a tutti i cittadini), se a tutti è data la possibilità di dare il meglio di sé e se si dispone di seri criteri di valutazione. Dove queste condizioni non sono assicurate, la meritocrazia è solo la foglia di fico del darwinismo sociale. Come disse l’amicone di Putin al fedele Vespa, occorreva por fine allo sconcio di un Paese in cui anche i figli degli operai sognavano di diventare dottori. In verità quel sogno era sfumato già da molto tempo, ma certo una legge ad hoc è una bella soddisfazione.
E una garanzia.
Il punto, oggi, è capire come si sia arrivati a questo risultato. Non nel lungo periodo, questo lo sappiamo: la Gelmini compie l’opera di distruzione avviata dai suoi predecessori, Berlinguer, Zecchino e Moratti in primis. No: la questione è come mai il ddl ha superato lo scoglio delle commissioni ed è arrivato indenne al voto della camera, mentre il governo, paralizzato, sprofonda tra discariche e festini selvaggi. Fino al crack del Popolo della libertà la domanda non si sarebbe nemmeno posta.
Ma il giocattolo si è rotto e da mesi il governo traballa su ogni provvedimento, tant’è che la camera ha dovuto chiudere i battenti sino al 14 dicembre. Anche sull’università il governo è andato sotto su qualche emendamento, al punto di riaccendere le speranze degli studenti e di quella parte del corpo docente che, una volta tanto, è uscita dal suo tradizionale – e complice – torpore. Però il disegno di legge ce l’ha fatta. Come mai? Che cosa l’ha protetto in tutti questi mesi nel disastro generale della maggioranza e ancora in questi giorni, mentre la rivolta infuriava? Quale forza gli ha permesso di arrivare in fondo, in un parlamento blindato come un bunker?
L’unica risposta onesta – almeno evitiamo ipocrisie – è che questa è una «riforma» bipartisan. E che a sponsorizzarla c’è anche il presidente della Repubblica. Il segretario del Partito democratico è salito fin sul tetto di Architettura. Ha lamentato la carenza di fondi per l’università. Ha detto che il governo ha sbagliato a incaponirsi e, finalmente, ha votato contro martedì alla camera.
Ma questo dissenso, vero o simulato, non sposta di una virgola il fatto che nel merito la «riforma» realizza un progetto in gran parte concepito dagli "esperti" del Pd. Che vede di buon occhio l’ingresso dei privati e la precarizzazione dei ricercatori. Che cavalca la retorica «modernizzatrice» della meritocrazia. E che considera un inservibile vecchiume l’idea costituzionale di una università pubblica al servizio del «progresso intellettuale di massa», come dimostra la brillante formula della «concorrenza tra gli atenei», quasi si trattasse di supermercati o di compagnie di assicurazione.
Ciò che la Gelmini dice sull’egualitarismo del ’68 sono in tanti a pensarlo anche tra i suoi sedicenti oppositori. Che costoro non abbiano nemmeno il coraggio di ammetterlo pubblicamente ha molto a che fare col disastro di questo Paese
Le bombe umanitarie stanno al governo, come il governo di stabilità all’austerity
Altra giornata di tensione nei mercati con la speculazione che incomincia ad inquadrare il nostro paese. Gli analisti ci dicono però che questo non dipende dalle dinamiche politiche interne ma da fattori esterni, si potrebbe dire dai movimenti speculativi globali. La politica italiana però non gli crede ed è allarmata, molto allarmata dal fatto che oggi lo spread tra Bpt e Bund tedeschi è giunto in Italia a 210 punti. Massimo storico. In Spagna siamo arrivati invece a 400.
Così il Letta del PDL si allarma più del premier, che invece ostenta sicurezza, e dichiara per la prima volta che è preoccupato dissociandosi pubblicamente da Berlusconi. Ancora più preoccupati di tutti sono Casini, che si scaglia contro il governo del voto che mette a rischio la stabilità del paese, e Bersani. Il segretario del PD dinanzi alle difficoltà dell’economia e della finanza pubblica dice al suo partito che è arrivato il momento di dimostrare di essere «affidabile» agli occhi del mondo produttivo che ormai ha abbandonato Berlusconi.
Ferrero: Monicelli, un grande regista, un comunista
COMUNICATO STAMPA
Roma, 30 nov. 2010: Mario Monicelli ha deciso di non essere più in mezzo a noi. Attraverso il cinema – strumento straordinario della modernità – questo


















