Governo, Cisl e Uil circondano la Cgil sul mercato del lavoro. Camusso di nuovo di fronte al bivio
“Il governo deve sapere che noi sull’art.18 non trattiamo”. Comincia la fase più difficile per la Cgil. E il segretario generale Susanna Camusso, intervistata da Repubblica all’indomani dell’incontro informale con il ministro del Welfare, Elsa Fornero, cerca di costruire una trincea. Cisl e Uil hanno già scelto di abbracciare il progetto di Ichino, complice anche un Pd altrettanto spaccato e tutto chiuso nella difesa ad oltranza del Governo. Lunedì il sindacato di Corso d’Italia deciderà cosa fare. Così, mentre la Fiom ottiene qualche timido risultato grazie alla mobilitazione, la Cgil è di nuovo di fronte al bivio a pochi mesi dall’aver appoggiato la nascita del nuovo esecutivo.
Non ci sono più tanti dubbi sul fatto che il vero modello ispiratore di Mario Monti nelle relazioni con le parti sociali sia quello di Maurizio Sacconi. Se il centrodestra mirava programmaticamente alla fine della Cgil, l’esecutivo “tecnico” tenta di assolversi da ogni responsabilità antisindacale “in nome della Bce”. Il risultato è che il lavoro continua ad essere il “terreno programmatico” fondamentale.
Per la leader della Cgil, non è proponibile la proposta Ichino sul mercato del lavoro, perchè al suo interno “c’è una massiccia dose di propaganda”. “Si sostiene che serva a superare il dualismo del mercato del lavoro – aggiunge Camusso – Però introduce una nuova forma di contratto, cosa di cui non c’è alcuna necessità, mentre bisognerebbe ridurre le tipologie contrattuali e far costare di più i contratti flessibili da quelli a termine legati alla stagionalità e a precise casualità, ai contratti di collaborazione a progetto per le più alte professionalità, non certo per chi è addetto alle fotocopie”.
Ieri il ministro Elsa Fornero ha incontrato, informalmente, la leader della Cgil Susanna Camusso. Al termine ne è uscito un comunicato da parte del ministero che in sostanza supera lo scoglio degli incontri bilaterali ma mette il sindacato di fronte alla nececessità dei “tempi brevi”. E’ lo stesso copione che ha costruito la trappola sulle pensioni.
“Noi chiediamo al Governo con tenace determinazione – sottolinea in una nota la Cisl – di non partire da posizioni precofenzionate da altri, ma di saper costruire nei prossimi giorni con le organizzazioni sindacali e imprenditoriali un Patto sociale che riguardi le politiche per migliorare il mercato del lavoro e incentivare la buona occupazione, rilanciare la crescita con investimenti e liberalizzazioni, sostenere i redditi di lavoratori, pensionati e famiglie con la riforma fiscale. Quello che conta per la Cisl è il merito”.
Nel panorama sindacale c’è molto fermento. A prendere posizione, ieri, sono stati i metalmeccanici della Uil. Secondo la Uilm, è giusto discutere di riforma ed estensione degli ammortizzatori sociali ma è “assolutamente superfluo tornare a mettere in discussione l’articolo 18”. Il timore è che anche sul fronte degli ammortizzatori sociali l’esecutivo voglia stare “al risparmio”.
“È sempre meglio che l’uso degli ammortizzatori diminuisca, ma è sbagliato e controproducente interpretare i dati sulla cassa integrazione del 2011 con un evidente eccesso di ottimismo”, sottolinea Fulvio Fammoni, segretario confederale della Cgil. Per il sindacalista, la realtà delle cose conferma infatti “la gravità e la persistenza della crisi, e dimostra come gli effetti drammatici sull’occupazione si stiano perfino aggravando”. Il 2011, ricorda, è il terzo anno che la spesa per la cig tocca la cifra del miliardo (era stata di 1,2 mld nel 2010 e 914 mln nel 2009). Un dato stridente con le cifre di 179 e 223 mln, autorizzate rispettivamente nel 2007 e nel 2008, e che evidenzia, sottolinea il sindacalista, come resti “un abisso da colmare”. Ma per Fammoni vanno analizzati anche le cifre del rapporto fra cig e domande di disoccupazione. “Per tutto il 2011 le domande di disoccupazione sono state più alte dell’anno precedente, nonostante sia drasticamente calato il numero di lavoratori che può raggiungere i requisiti necessari. Si conferma così che la diminuzione della cassa significa solo in parte rientro dei lavoratori nei posti di lavoro, mentre una quota crescente viene espulsa e finisce nella disoccupazione”. C’è quindi bisogno, conclude Fammoni, “di garantire certezza nella prosecuzione della cassa e le risorse vanno date a chi, perdendo il lavoro, ne è privo”.















