«Centralità del lavoro e democrazia, per non finire come negli anni ’30»
Cesare Salvi, da poco presidente del Consiglio politico nazionale della FdS, ha attraversato la prima e la seconda repubblica e ha gli strumenti per guardare a quanto sta avvenendo in queste ore nel centro sinistra, in particolare nel Pd, con la memoria storica necessaria. Le ultime notizie disegnano uno scenario simile a quello del 1992? «Similitudini ce ne sono. Non c’è dubbio che c’è una offensiva contro la politica nel suo insieme e, senza pensare a complotti mediatico-giudiziari, prevale una logica per cui i partiti sono in decomposizione. C’è anche oggi l’idea del governo tecnico istituzionale, il “governo del presidente” che è una idea molto pericolosa. Ma c’è una differenza: allora, sia pure con modi e meccanismi che non hanno dato buoni frutti, c’erano in campo ipotesi di rinnovamento. Lo era per la destra Berlusconi, lo erano per la sinistra il Pds e Rifondazione. Oggi non c’è neanche questo ed è inquietante. L’intero sistema politico non è stato capace di entrare in sintonia con il malessere sociale, il Pd ha sbagliato molti colpi e nell’insieme c’è di che essere preoccupati».
Per altro, in un contesto in cui si riducono gli spazi di democrazia.
Quelli sono ormai così ristretti da sembrare inesistenti. Basti pensare a come si è votata la manovra, in tre giorni senza neanche conoscerla. Anche quando c’erano i governi di centro sinistra si facevano maxiemendamenti e voti di fiducia ma questa è una novità inedita non solo per i contenuti reazionari e antisociali della manovra ma per come il percorso sia stato reso obbligato dalle agenzie di rating, dalla Bce, dal Fondo monetario, da un governo di estrema destra sociale. Ormai in molti paesi europei si è determinata una democrazia commissariata, una condizione che in alcuni contesti mi pare di non ritorno.
In questo quadro nel Pd si passa dall’indignazione alla difficoltà di comunicare una propria differenza dal resto delle forze politiche.
Intanto si pagano errori remoti. Prendiamo la storia di Tedesco, che tanto fa discutere, mi sembra sia stata gestita con i piedi. Come si fa a fare assessore alla sanità in Puglia una persona in evidente conflitto di interessi? E qui anche Vendola ha fatto i suoi errori. E poi se il bilancio di Tedesco era così negativo perché candidarlo al senato e se invece non lo era perché questo sparargli addosso ad alzo zero? Quando ero nel Pds di questi temi provavo a discuterne partendo da quelli che dovrebbero essere i compiti della politica. Ha prevalso la logica delle lottizzazioni delle Asl, dei consigli di amministrazione. Oggi quando le persone si rivoltano contro quella che vedono come una casta, bisogna rispondere proponendo una riforma seria della politica invece si ha paura anche a cancellare le province.
Democrazia e questione morale, sembra di sentire le parole di Berlinguer.
L’analisi berlingueriana era precisa e puntuale, non si comprese il senso profondo di come la questione morale sia questione democratica. Una analisi ancora attualissima resa più grave dalla crisi globale internazionale che ha portato ad una riduzione degli spazi della politica.
C’è una questione che attiene alla magistratura ma anche una inadeguatezza a sinistra della classe politica?
Non mi piace sparare sulla croce rossa e non basta indignarsi come ha fatto Bersani, bisogna indicare linee di cambiamento. Io sono garantista per natura, aspetto e rispetto le sentenze ma intanto si tratta di costruire regole e comportamenti diversi nella politica. Se si sostiene Lombardo in Sicilia, se si è sostenuto Loiero e Bassolino, se i risultati dell’esperienza pugliese non sono dei migliori bisogna interrogarsi credo.
A proposito di Puglia, Vendola minaccia di abbandonare la politica se è ridotta a questo.
Anche Vendola dovrebbe decidersi con un po’ di umiltà capendo che il mondo non ruota intorno a lui. Fra l’abbandonare la politica e il proporsi come l’unico elemento di cambiamento ci dovrà pur essere una via di mezzo.
Quale via di uscita per ridare un minimo di credibilità?
Io credo che occorra collegare le due grandi questioni: centralità del lavoro e democrazia. Mobilitarsi contro la manovra dando indicazioni differenti. Non è facile selezionare delle priorità ma c’è un rischio forte di un vento di destra che rimanda a quanto accaduto in Norvegia. In mancanza di una risposta progressista, la crisi potrebbe esplodere, come è accaduto negli anni ’30 e senza un nuovo Roosvelt. Sta prevalendo la logica delle identità nazionali, l’eurocentrismo populista che portò in quegli anni a regimi totalitari. Non vorrei che il Pd accettasse il commissariamento in Italia da parte di un governo tecnico, sarebbe la risposta peggiore.
E invece?
Bisognerebbe avere adesso proposte innovative e coraggiose. Non è tempo di melina a centro campo. L’alleanza democratica è una idea detta ma mai declinata, bisogna mettere in agenda il contrasto alla precarietà, la patrimoniale, la riduzione del numero dei parlamentari, l’abolizione delle provincie, il superamento del federalismo, la fine della spartizione delle asl e dell’urbanistica contrattata. Altrimenti si alimenta l’idea che sono tutti uguali, ma in politica il vuoto non esiste e qualcuno prima o poi lo riempie. Del resto anche la nostra Federazione non sembra ancora all’altezza, non è con l’estremismo verbale che si supera il rischio di omologazione.















