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Precariato, l’unica condizione di lavoro possibile per i giovani? Noi pensiamo di no

lunedì, luglio 11, 2011

Il binomio lavoro-precariato sembrerebbe ormai inscindibile. Un’intera generazione attualmente è stata convinta del fatto che non si possa più cercare il ‘posto fisso’, ma adeguarsi alla situazione contingente ed accettare contratti atipici, interinali, co.co.co., a progetto, a tempo determinato, nomi dietro i quali si nasconde il più becero sfruttamento del lavoro.

L’ingegnere edile costretto a lavorare per 500 euro al mese, il laureato in filosofia sfruttato in un call center, il dottore di ricerca che deve andare all’estero per continuare i propri studi, si sentono ripetere sempre la stessa frase: “L’importante è lavorare”. SBAGLIATO! Occorre lavorare con dignità e consapevoli dei propri diritti.

Ottenere il posto di lavoro per il quale si è altamente qualificati, grazie agli anni di studio ed all’esperienza sul campo, non è solo un vantaggio per il precario, che così può smettere di chiedersi se il mese successivo potrà pagare o meno la bolletta e pensare magari a fare un figlio o contrarre un mutuo. È un traguardo necessario per ogni paese civile.

Se si chiede oggi ad un ragazzo di 14 anni cosa farà da grande, risponderà che non lo sa e che comunque studiare ed impegnarsi per fare ciò che si vuole è inutile. Un paese in cui un ragazzo di 14 anni guarda alla sua vita lavorativa senza alcuna speranza è un paese senza futuro.

Problemi altrettanto evidenti per uno stato sono la mancanza di attaccamento del cittadino al proprio lavoro, poiché lo cambia più in fretta di un paio di scarpe, e la mancanza di specializzazione dei lavoratori stessi. Si è riusciti a far passare per qualità la flessibilità, ossia l’arte dell’arrangiarsi, non saper fare nulla bene. Ma quanti di noi, dovendo portare l’automobile dal meccanico, preferiscono affidarsi ad un precario che fino al giorno prima faceva il panettiere?

Per tutti questi motivi è necessario combattere per la stabilizzazione di tutti i lavoratori precari, non come gesto di solidarietà dello stato verso i propri cittadini, ma come unico modo in cui un paese possa essere definito civile. I precari che chiedono la stabilità non devono farlo come risposta ai propri drammi personali, ma con la consapevolezza di essere parte integrante del processo di miglioramento della condizione generale della società nella quale vivono. Proprio perché la finalità della lotta contro il precariato è così importante occorre essere uniti. Ancora oggi un errore comune a molti lavoratori è quello di agire come singoli individui cercando di risolvere i propri problemi personali in maniera anche egoistica. Solo la solidarietà tra tutti i precari, la consapevolezza di appartenere ad un’unica categoria, di condividere la stessa condizione di alienazione, potranno portare davvero al lavoro stabile e per tutti.

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