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«L’acqua pubblica? Solo in Puglia!»

domenica, luglio 3, 2011

Ci scrive l’assessore Maria Campese

(assessore Risorse umane Regione Puglia ex responsabile Ambiente, della segreteria nazionale PRC)

Notevole è lo spazio dedicato alla Puglia su Liberazione. Vi è un attacco sistematico e continuo al governo pugliese; si raccolgono impressioni, commenti, considerazioni estemporanee su questo e su quello, senza che a monte vi sia un lavoro di indagine ed approfondimento sulle questioni trattate. In particolare sulla questione dell’acquedotto pugliese si palesano continuamente critiche sulla legge di ripubblicizzazione .

Ma la Puglia è o non è l’unica Regione che ha ripubblicizzato l’acquedotto? Vi sono in Italia esperienze avanzate quanto quella pugliese? E’ vero o non è vero che nelle Regioni a presidenza Pd, dove la Federazione della Sinistra è al governo, vi sono le spa che gestiscono l’acqua e che il Pd per bocca di Bersani ha inteso il referendum come ritorno alla doppia opzione pubblico/privato?

E’ vero o non è vero che la Puglia è al 32° posto in Italia per costo dell’acqua (in una realtà in cui l’acqua è acquistata dalle altre regioni, non avendo fonti di approvvigionamento proprie)?

Ritengo che onestà intellettuale avrebbe voluto che si riconoscesse alla Puglia il merito di essere riuscita nell’intento di trasformare l’Aqp da spa in soggetto di diritto pubblico, di aver acquistato le quote di proprietà della Basilicata, di aver fissato nell’80% degli utili la quota di reinvestimento, nel 18% la quota dedicata a garantire il diritto all’acqua a chi non può pagarla, il 2% al fondo internazionale per il diritto universale all’acqua.

Si obietta che si sarebbe dovuto garantire il quantitativo di 50 litri gratuiti. Ma veramente si pensa che se ci fossero state le condizioni economiche non si sarebbe proceduto in tal senso? Non era interesse della giunta pugliese dare un segnale politico così forte? Evidentemente, se non si è fatto, è perché non c’erano le condizioni economiche per farlo.

Altro nodo: il referendum ha sancito che va abolito il 7% di utile per il capitale investito. Avendo partecipato al percorso che ha portato alla formulazione dei quesiti referendari, ricordo bene che il quesito abrogativo dell’utile d’impresa aveva l’obiettivo, qualora il primo quesito non fosse passato, di rendere non appetibile l’investimento di capitali da parte dei privati perché non ne avrebbero avuto utili. Era il grimaldello per smontare l’interesse dei privati alla partecipazione alle società di gestione.

Domando: se l’Aqp è ente pubblico, non più spa, ed il 7% va ad incrementare l’attivo di bilancio (ed in quota parte sarà utilizzato per garantire l’acqua gratuitamente a chi non può pagarla), è salvaguardato l’interesse privato o l’interesse pubblico?

Chiaramente mi aspetto che da subito sulle pagine di Liberazione, con lo stesso risalto dedicato alla Puglia, vengano pubblicati articoli circostanziati sui sistemi di gestione dell’acqua in tutte le regioni d’Italia, tariffe regionali e/o dei singoli territori, profitti delle imprese private, reinvestimenti garantiti, quote di gratuità dell’acqua, battaglie messe in campo dai comitati per l’acqua e dal Partito, dentro e fuori dai governi regionali, per dare attuazione immediata all’esito dei referendum.

Un’analisi comparativa quindi, fra quanto fatto dal governo pugliese e quanto avviene negli altri governi in cui la Fds è presente. In quanti consigli di amministrazione di spa che gestiscono l’acqua ed i beni comuni sono presenti nostri compagni?

Ma si sa, sono le contraddizioni del governo dei territori. Sarà esercizio utile verificare se il governo pugliese è più arretrato nelle politiche messe in campo di altri governi regionali (per esempio quelli a conduzione Pd) in cui la Fds è presente. Solo chi si cimenta nel governo dei territori può ben comprendere le difficoltà legate alle ristrettezze economiche, ai vincoli di spesa, ai piani di rientro sanitari, ai tagli alla spesa sociale, ai tagli alla scuola pubblica e al trasporto pubblico locale, alla devastazione conseguente al federalismo fiscale (nel silenzio colpevole dei partiti del centrosinistra schiacciati in opzioni di difesa del Nord), alle impugnazioni da parte del governo nazionale di tutte le misure finalizzate alla salvaguardia dei livelli minimi di assistenza, alla lotta alla precarietà, alla salvaguardia dei livelli occupazionali e delle tutele sociali. Tutti i processi di internalizzazione della sanità messi in atto dal governo pugliese sono stati impugnati dal governo nazionale e nonostante la soccombenza davanti la Corte Costituzionale la Regione Puglia sta “interpretando” la sentenza a tutela dei lavoratori (rischiando sanzioni).

I tagli su sanità e spesa sociale (oltre i 302 milioni in meno nel 2011 sui 385 milioni del 2010) sono devastanti: per il 2012 si parla di tagli per la Puglia di oltre 400 milioni sulla sola spesa sanitaria.

Nei giorni scorsi, in sede di approvazione dell’assestamento di bilancio della Puglia, è passato un emendamento presentato dal Pdl che ripristina l’esenzione del ticket per cassintegrati e disoccupati, in contrasto con quanto previsto dal piano di rientro sanitario imposto dal governo nazionale delle destre. La Giunta regionale aveva già prodotto nei mesi scorsi un provvedimento analogo, ma è stato osservato dal governo nazionale e si è dovuto procedere all’annullamento dell’atto. Quindi l’emendamento presentato sarà sicuramente impugnato dal governo nazionale e si dovrà quindi procedere nuovamente all’annullamento.

Ci si può rallegrare per una manovra demagogica della destra che batte il centrosinistra nell’unica regione d’Italia che non ha usufruito del premio di maggioranza? Certo, tutto si può, si può gioire per una battuta d’arresto del governo regionale più a sinistra d’Italia.

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