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Milano, una bella vittoria che lascia l’amaro in bocca

martedì, giugno 21, 2011

Quello di Milano è stato un grande risultato.
Dopo 18 anni le destre, che si erano insediate a Palazzo Marino sullo slancio dell’effetto tangentopoli, sono state cacciate. E a Palazzo Marino è entrato come Sindaco Giuliano Pisapia sostenuto da un ampio arco di forze – dalla FdS al PD, dall’IdV a SEL, e ad alcune liste civiche – in un clima di partecipazione ed entusiasmo popolare come da più di trent’anni non si vedeva a MilanoProviamo a ricostruire le tappe del percorso che ha portato a questa vittoria. Forse è un modello.
Prima tappa. Esattamente un anno fa, quando Pisapia si rende disponibile per una competizione che deve però passare per le Primarie (di coalizione, come si decide tutti insieme: ancora brucia l’autosufficienza veltroniana che ha portato Penati alla sconfitta in Provincia). E alle Primarie, inaspettatamente, Pisapia – sostenuto solo dalla FdS (in verità con qualche titubanza nel nostro gruppo dirigente), da SEL e da un nutrito gruppo di Comitati – si afferma, surclassando il candidato del PD, che viene percepito nella continuità dei Prefetti e degli industriali, candidati sindaci del PD del passato e, quindi non votato dai loro stessi iscritti. Pisapia si afferma così sostenuto dalle Sinistre.
Seconda tappa. E’ la costruzione del programma, alla cui definizione partecipano mille persone suddivise in undici gruppi, che anticipano le deleghe assessorili. Alla FdS compete il coordinamento del gruppo “Lavoro sviluppo economico, professioni”. E’ la FdS che scrive questo importante capitolo del programma del candidato sindaco, così come quello sull’energia e sugli appalti.

Terza tappa: Pisapia le elezioni di maggio le vince. Poi ci sarà il ballottaggio. La FdS raccoglie, a maggio, poco più del 3%, risultato lusinghiero, che ci dà respiro dopo le precedenti batoste, con il quale si sopravanza l’IdV e le altre quattro liste della coalizione. SEL, che sognava la doppia cifra, non supera il 4%. Va molto bene invece il PD che sfiora il 30%, e respinge le critiche del proprio notabilato interno (che ha usato ad ariete Massimo Cacciari) che riteneva Pisapia il candidato che, in quanto Comunista, avrebbe allontanato il voto moderato. Quindici giorni dopo, al ballottaggio, non c’è partita, è un trionfo e P.za Duomo si riempie di folla. Unica nota stonata: il brutto comizio di Vendola che cerca di mettere il cappello sulla vittoria e perde la faccia, con Pisapia che ne prende le distanze. Sintesi: Pisapia che vince le Primarie con il voto delle Sinistre, vince poi le elezioni con il voto del Centro-Sinistra. Vè da dire che, in questo successo, c’è la mano di Berlusconi che, a Milano, si è messo contro i credenti, le donne, la Magistratura e la borghesia cittadina. E non ha funzionato nemmeno il ricorso alla paura (zingaropoli, la moschea) utilizzata da Lega e fascisti come ultima disperata sortita. E’ cambiato il vento.

Ed è a questo punto, in cui Milano e Napoli lanciano un segnale possente al paese e che i referendum amplificano, che si forma il Governo della città, la Giunta. E, sorprendentemente, la FdS (con l’IdV) ne è esclusa. Noi che abbiamo per primi sostenuto Pisapia alle Primarie (e nel passato l’avevamo, noi, a Milano, portato per due volte in Parlamento), noi che, abbiamo scritto il Programma e abbiamo portato i nostri voti al primo e secondo turno delle elezioni, ora noi veniamo messi da parte. Veltroni (e Penati) almeno ci escludevano prima “non abbiamo bisogno dei vostri voti, facciamo da soli” ce lo dicevano prima della corsa, Pisapia ci esclude dopo averli presi TUTTI i nostri voti. Viene in mente per stemperare l’amarezza un apologo con cui Gramsci rappresentava sull’”Ordine Nuovo” situazioni analoghe attraverso la metafora dei muli degli alpini, che portano il vino ma bevono l’acqua. Amarezza e delusione da parte dei muli. E’ una scelta sbagliata quella di escluderci, NON ERA NEI PATTI. Pur tuttavia la nostra adesione al “Progetto Pisapia” ripetiamo NON E’ IN DISCUSSIONE. Solo che non lo gestiremo noi. Dobbiamo capire che cosa è successo dopo questa vittoria, e cosa significa la nostra emarginazione, indagare le cause, capire se la giravolta di Pisapia è una vicenda solo milanese, e perché, o un messaggio lanciato al Paese. E, quella che segue pertanto una riflessione in quattro punti che, a partire dalle cause, guarda però al futuro.

1)Da tempo parte della Borghesia milanese (non Assolombarda, non Camera di Commercio) manifestava dissenso sui comportamenti di Berlusconi, che sfregiavano l’immagine della città e ai quali comportamenti non si elevava il contrappeso di una Sindaca lontanissima dalla città. Questi settori, raccolti nel “Comitato dei 51” ai quali ha dato voce l’autorevole “Corriere della Sera”, decidono allora di cambiare cavallo e, dopo le Primarie, investono su Pisapia. Questi settori – di cui sono protagonisti Bassetti, Bazoli, Profumo – spingono, dopo il voto, Bruno Tabacci, ex democristiano di primissimo piano, al ritorno in politica con Pisapia. Costoro però non rappresentano, in politica, il terzo polo, semmai sono una espressione particolare di una società civile milanese composta da banchieri, finanzieri, docenti universitari. E’ la casta della Milano che conta. E’ assolutamente impensabile che siano stati loro a chiedere il nostro sacrificio. I poteri forti (brutto neologismo) hanno tante colpe ma non questa. Non è Tabacci che chiede la nostra testa.

2)Su Pisapia ha invece influito molto di più l’antipartitismo alla moda, diffuso nei Comitati e nei movimenti, compresi quelli nati nei salotti radical-chic che si sono risvegliati dopo un ventennale letargo. Il nuovo Sindaco ha assecondato la loro spinta non guardando più al voto – in cui gli elettori gli hanno dato però un valore aggiunto solo del 1,5% rispetto a quello raccolto dai partiti – ma cavalcando la retorica dei giovani e delle donne e arrogandosi il diritto, lui, di scegliere dentro i partiti. Risultato: ha creato frizioni non sopite dentro i partiti, non solo nella FdS, e ha imposto nella Giunta ben cinque candidature di sua personale scelta, alcune sorprendenti per competenze che nulla c’entrano con quelle necessarie in un Comune. La direttrice del carcere di Bollate, ad esempio, è stata una eccellente direttrice ma come sarà come assessore alla casa? Questa Giunta, che ci presenta un Pisapia sensibile ai richiami amicali, e che ha allontanato le competenze costruite in decenni di gavetta , perché bisognava stracciare il “manuale Cencelli”, e lo ha sostituito con scelte dentro quei salotti, comincerà così a funzionare fra due anni. Nel frattempo la macchina Comune sarà consegnata nelle mani dei Direttori. E noi che abbiamo portato i voti (il vino degli Alpini), scritto parti del programma che altri attueranno, siamo fuori dal Governo. Faremo la nostra parte ma è dura da mandare giù.

3)Su questa nostra emarginazione né SEL, che ottiene ben due Assessori, né il PD che ne prende cinque, muovono un dito. Non sarà per caso che a Milano si coglie l’effetto ritorsivo della composizione della Giunta IdV-FdS di Napoli che esclude SEL e PD che, in una storia assolutamente diversa, hanno pure portato voti a De Magistris? Fosse così quell’esclusione si spiega (in parte).

4)Il quarto punto guarda al nostro interno e a una conduzione della trattativa per la Giunta, condotta dalla FdS, con troppi lati oscuri. Abbiamo, ad esempio, saputo di una autocandidatura del segretario del PRC di Milano. Abbiamo saputo di veti posti dallo stesso per altre candidature, Il tutto avveniva senza il coinvolgimento della Segreteria, convocata solo per validare quell’autocandidatura, quando era stata già bocciata. Si e poi chiamato il CPF a costruire una rosa della quale però, nelle trattative personali, si è sostenuto solo un membro della Segreteria Nazionale, anch’esso autocandidatosi nel CPF, nel silenzio-assenso di Paolo Ferrero seduto alla Presidenza. Sintesi: si è offerta a Pisapia l’immagine di un Partito rissoso e pasticcione, dove i dirigenti entrano in campo per rivendicare posti per sé, dove le competenze non contano. E Pisapia ha avuto buon gioco ad assecondare le spinte antipartito del movimento e coprire gli spazi, che con una conduzione suicida abbiamo regalato, con candidati di propria fiducia. Più dei poteri forti, la nostra emarginazione è il prodotto di una direzione debole. Ma è da tempo che è aperto il “caso Milano”.

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