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Una riflessione sul dopo voto

mercoledì, giugno 1, 2011

Rifondazione e la sfida dell’alternativa
di Walter De Cesaris

  1. Cambia il vento

Sembrava un vento, invece è un uragano che spezza le destre al governo nelle città e nel Paese. Un uragano composto da tanti venti: la condizione materiale di milioni di donne e uomini, ragazze ragazzi, l’indignazione per una gestione del potere arrogante e prepotente, le lotte operaie e degli studenti in Europa e in Italia e, assieme a tutto ciò, l’eco di un vento di rivolta che sale dalle popolazioni del Mediterraneo.

L’importanza del voto è molto grande per il segnale fondamentale che manda: le destre non si sconfiggono guardando al centro moderato e annacquando i contenuti del cambiamento. Le destre si battono se si offre una alternativa reale di idee, progetti, metodo di governo. Al di là delle percentuali delle singole forze e del profilo dei candidati (dati pure in sé molto significativi) lo spostamento a sinistra determinato dal voto sta lì.

A ben guardare, già il risultato straordinario della raccolta per i referendum per l’acqua pubblica e l’esito imprevisto (per la dimensione dell’opposizione) dei referendum imposti da Marchionne avevano segnalato che una fase si stava per chiudere. Una fase che potremmo definire quella del dominio del pensiero unico e della sua prevalenza come cultura di massa.

La crisi delle destre non è congiunturale ma strutturale.

Ma, se il vecchio sta morendo (con tutte le conseguenze, anche i pericoli di colpi di coda, della caduta di un regime) sarebbe illusorio pensare che l’alternativa sia la conseguenza automatica di questa crisi.

Due punti sono da mettere in evidenza.

Il primo è la compresenza, dentro la critica al regime, di elementi tra loro contrapposti, per il segno sociale che indicano. Ciò è rappresentato bene dalla Confindustria e da punti alti dell’apparato economico del Paese. Essi, si badi bene, non sono certo esenti da colpe nell’aver favorito l’ascesa di Berlusconi e di queste destre al potere. Ne hanno beneficiato senza scomporsi per gli aspetti rozzi e illiberali che il governo assumeva con sempre maggiore evidenza. Ora, però, annusato il vento di cambiamento che spira, si candidano a guidarlo verso gli approdi desiderati. Nella loro critica al governo, le richieste di ulteriori liberalizzazioni, di ulteriori spostamento di ricchezze a favore dell’impresa configgono apertamente con le esigenze di equità, giustizia sociale, contrasto delle cause strutturali della crisi.

Il secondo è la totale inadeguatezza dell’attuale opposizione in Parlamento ad assumere i contenuti sociali di cambiamento che provengono dalle lotte e dai movimenti. Anzi, dentro il PD, l’opzione prevalente è il versante della critica che viene dal mondo industriale con l’obiettivo fondamentale di una stabilizzazione moderata del quadro politico, che consenta di realizzare le misure che “i mercati” richiedono.

Il combinato di questi due elementi rende del tutto spuria la situazione, aperta cioè ad esiti tra loro differenti.

Se c’è una svolta vera da segnalare è che la sfida sull’esito della transizione, che sembrava conclusa definitivamente a destra e verso una rottura costituzionale drammatica, si è riaperta.

Non è tutto, ma non è poco. Guai a sottovalutare questa possibilità che si riapre o, al contrario, pensare che sia già in allestimento il cantiere dell’alternativa

2 Bentornata sinistra

Dentro questa sfida, si riapre anche la possibilità per la sinistra di alternativa di affermare il proprio ruolo. Anche questo non era un dato scontato in partenza. Anzi, tutto il contrario: l’elemento che gli osservatori segnalavano era la sua completa marginalità e la sua imminente scomparsa.

L’importanza del risultato conseguito dalla FdS va adeguatamente valorizzato nel suo significato politico generale, raggiunto peraltro specialmente nei punti alti della sfida contro le destre, a Milano e a Napoli: dentro la sfida aperta rispetto all’esito della transizione italiana, la sinistra di alternativa può giocare un ruolo significativo e non essere relegata a una marginalità senza sbocco.

Ciò non vuol dire trascurare le ombre presenti in un risultato che ha avuto, perla FdS, caratteristiche definibili a “macchia di leopardo”; sottovalutare anche l’elemento locale che ha giocato un ruolo forte (per esempio nella direzione del depotenziamento del trascinamento nazionale dell’esposizione mediatica di Vendola). Più in generale, sarebbe un errore madornale avere un atteggiamento consolatorio nei confronti del voto, come di fronte a un pericolo scampato. Anche nel caso della sinistra di alternativa, il voto, più che emettere una sentenza, esprime l’emergere di una possibilità.

Non è tutto oro quello che luce, quindi, e, ancora di più, non si può parlare di affermazione definitiva.

Sarebbe, però, del tutto sbagliato non apprezzare la possibilità che si è aperta e non ragionare su di essa.

Vanno messi in risalto tre elementi essenziali: la capacità, di cui va dato atto al gruppo dirigente nazionale, di aver colto gli elementi di movimento che si determinavano dentro la sfida elettorale e, di conseguenza, la scelta di non appiattirsi in una sola direzione (sia in quella del settarismo che in quella dell’alleanza a tutti i costi), fornendo una immagine dinamica della FdS; il radicamento territoriale come elemento di forza (relativa ma non marginale); l’emergere di un profilo, anche se ancora non adeguato, di una vicinanza alle lotte operaie, alle vertenze di lavoro, alle manifestazioni studentesche, ai movimenti territoriali. Un carattere su cui occorrerebbe investire adeguatamente per scalare lo scoglio arduo di essere percepiti non solo “vicini” ma “utili”.

Ogni risultato elettorale è, poi, sempre relativo al risultato degli altri con cui si fanno raffronti. Il dato non positivo dell’IDV e inferiore alle attese (dei sondaggi) di SeL rendono più significativo il risultato (inatteso dai media) della FdS. Il fatto che la censura continui, non vuol dire che questo fatto sia meno vero o che non sia un elemento di riflessione, più o meno esplicita, anche per le altre forze politiche.

3 Una instabilità che permane

Malgrado che i poteri forti ricerchino le condizioni per una stabilizzazione moderata, tutto si può dire meno che la situazione politica del Paese abbia una tendenza alla stabilità.

Come sempre ne vanno ricercate le ragioni materiali e, di conseguenza, analizzate le difficoltà politiche che questo esito ancora incontra.

Il principale problema è che la stabilizzazione moderata richiede l’assunzione di una serie di misure in materia di politiche economiche e sociali che sono in contraddizione stridente con la condizione materiale e contrastano fortemente con le rivendicazioni che operai, precari, studenti, movimenti hanno praticato in questi ultimi anni. Detto in altri termini, c’è una contraddizione tra la coscienza di massa che si è diffusa ed è diventata egemone, almeno nelle avanguardie larghe di questi movimenti e la concretezza delle misure che la stabilizzazione moderata richiede. Possiamo definire la contraddizione anche in questi termini: la stabilizzazione moderata deve utilizzare per affermarsi la forza di movimenti di massa che presentano istanze contraddittorie alla impostazione politica e culturale che essa propugna.

L’immaturità della stabilizzazione moderata sta quindi nella sua debolezza politica, dato che emerge chiaramente anche dall’esito del voto.

Il cosiddetto centro, o terzo polo, non sfonda assolutamente, anzi praticamente è ridotto alla forza della sola UDC. L’unica strada efficace per battere le destre appare, anche per il PD, uno sbilanciamento a sinistra. Lo si vede nel successo alle primarie dei candidati più a sinistra contro quelli del PD (come a Milano e non solo), lo si vede nel successo dei candidati a sinistra contro quelli del PD (come a Napoli). Il fatto, poi, che questi candidati vincano le elezioni dimostra la totale fallacia della teoria della necessità di apparire moderati per conquistare il centro, come condizione indispensabile per battere le destre.

Eppure, dato che sono gli interessi che si vogliono rappresentare a prevalere, non è pensabile che l’attuale dirigenza del PD smetta di ricercare l’alleanza con il centro moderato. Anzi, possiamo ragionevolmente ritenere che questa rappresenti la tendenza di fondo del gruppo dirigente del PD e ne rappresenti l’approdo tendenziale. La contraddizione è che i tempi della maturazione politica di questa scelta possono non essere in sintonia con la velocità del disfacimento dell’attuale maggioranza. Una contraddizione importante e che la sinistra di alternativa deve cogliere in tutta la sua portata e potenzialità.

4 Le due sinistre ancora oggi

E’singolare il provincialismo cui tende a recintarsi la discussione anche dentro la sinistra di alternativa. Singolare, in secondo luogo, che la discussione tenda a riprodursi sempre alla stessa maniera. Dentro questo quadro angusto, la scelta che rimane viene relegata a una alternativa secca: settarismo o unità, facendo discendere da quella dicotomia la scelta salvifica o la condanna senza scampo.

Abbiamo imparato da lungo tempo la necessità di alzare lo sguardo e considerare l’Europa come il quadro minimo necessario per poter almeno tentare di scalare la dimensione dei problemi di fronte a noi.

La cosa è talmente evidente che non c’è più nessuno che la nasconde. Secondo gli impegni presi nella revisione del Patto di Stabiltà, il nostro Paese è atteso da una manovra economica (o una serie di manovre economiche) di dimensioni colossali. Il Presidente di Banca d’Italia e prossimo Presidente della BCE, lo ha detto chiaramente, rimarcando la necessità di un taglio strutturale tremendo di tutte le principali voci di uscita ela Cortedei Conti ha quantificato in circa 50 miliardi di euro gli interventi necessari. I segnali che cominciano a inviare le varie agenzie mondiali di raking vanno nella direzione di preconizzare futuri plumbei senza l’adozione di misure draconiane. Questa manovra economica, inoltre, non interviene dopo una fase di crescita ma su un corpo sociale già stremato da anni di colpi pesantissimi che hanno fiaccato la coesione sociale del Paese come non mai dall’ultimo dopoguerra.

Si può giustamente dubitare dell’efficacia economica generale di questa ricetta in un Paese in cui la crisi, innescandosi su un tessuto già fortemente precario, ha assunto tutte le caratteristiche di una tendenza strutturale, ovvero del declino e di un rapido disfacimento .

In tutta Europa, non si segnalano differenze qualitative nel modo in cui i governi dei Paesi più deboli dell’UE si confrontano con il galoppare della crisi e della speculazione finanziaria. In tutta Europa la sinistra di alternativa è all’opposizione, in alcuni casi durissima, dei governi di centro sinistra. I risultati che queste forze raggiungono sono molto significative (basti pensare al risultato della Linke in Germania, dopo la dura opposizione alla Grande Coalizione o a quello dei comunisti e della nuova sinistra in Grecia contro il governo socialista).

Ciò che ci segnala la situazione europea, e anche quella italiana, non è il superamento delle due sinistre in competizione strategica tra di loro ma il fallimento storico delle socialdemocrazie europee, incapaci di affrontare i nodi della crisi con ricette differenti da quelle imposte dalle tecnocrazie europee.

La difficoltà principale, invece, delle sinistre di alternativa, variamente nominate ma comunque collocate all’opposizione delle socialdemocrazie, consiste nel non riuscire ad interpretare e ad esprimere la natura profondamente differente delle contraddizioni di classe e ad oltrepassare la tradizionale rappresentazione del movimento operaio e del conflitto sociale. Hanno difficoltà ad aprirsi alle masse giovanili costrette alla precarietà strutturale e private di futuro e alle istanze di liberazione che esse esprimono.

In questo senso, la difficoltà delle forze di alternativa in Europa, anche nei Paesi in cui sono più fortemente radicate, non consiste in un eccesso di settarismo ma nel non essere abbastanza alternative. Ciò non solo (e non tanto) nei contenuti che propongono quanto nella soggettività che esprimono.

Un elemento che avevamo intuito felicemente nella stagione di Genova e del movimento altermondialista e che poi, nella pratica successiva, abbiamo riposto nel cassetto del cosiddetto realismo della politica.

5 Il fallimento storico del centro sinistra

Occorre, quindi, fare i conti con il fallimento strategico del centro sinistra in Europa e in Italia. Quando diciamo centro sinistra, dobbiamo riferirci a una intera stagione della politica in Europa e, riguardo all’Italia, non solo gli ultimi due anni del secondo governo Prodi. Insomma, non si va da nessuna parte con lo sguardo corto: il ciclo breve della sconfitta dal 2006 al 2008 si iscrive nel ciclo lungo di una sconfitta di fase, che è quella dell’intera stagione del centro sinistra e che riguarda almeno 15 anni della nostra storia recente. Certo, ci sono stati anche errori soggettivi che non possono essere trascurati in un bilancio di verità. Ma occorre affondare il coltello nella ferita sanguinante della nostra cocente sconfitta più in fondo, ovvero le ragioni della sconfitta storica della sinistra di alternativa dentro il ciclo lungo del fallimento del centro sinistra.

Anzi, possiamo bene affermare come il centro sinistra in Italia sia stato un esperimento ancora più arretrato del resto dell’Europa perché da noi, oltre alle politiche economiche e sociali, ha giocato un ruolo di condizionamento oscurantista invalicabile il Vaticano per impedire anche solo il timido indirizzarsi verso una apertura alle libertà civili, come in altre parti d’Europa.

Una analisi che deve essere tutto il contrario di una resa dei conti per trovare il capro espiatorio e di qualche rito purificatorio, operazioni gattopardesche del cambiare tutto affinché nulla cambi davvero.

Dobbiamo affrontare questo dibattito come l’avvio della ripresa del percorso della rifondazione.

6 La sinistra di alternativa oggi

La proposta che avanziamo è la costruzione di una sinistra di alternativa, autonoma dal centro sinistra, la costruzione di un polo politico strategicamente in competizione con il centro sinistra.

Siamo consapevoli che dentro il campo vasto della sinistra vi è un’altra opzione in campo: quella di un nuovo centro sinistra, il centro sinistra, cioè, visto come orizzonte necessitato in cui forze differenti competono e in cui la missione della sinistra consista nello spostare il più avanti possibile gli equilibri. E’ questa, di fatto, l’ipotesi che definisce il profilo politico di SeL e IDV.

Queste due proposte sono in competizione tra di loro. Noi dobbiamo alimentare questa competizione che è assieme culturale e politica. Una competizione aperta per l’egemonia da praticare dentro la società, nel rapporto con i movimenti, dentro il quadro dei rapporti politici, lavorando anche sulle contraddizioni interne che l’internità al centro sinistra può provocare (come i casi di Napoli e di altri territori dimostrano).

Va chiarito con la massima nettezza un punto. Lavorare per la costruzione della sinistra come polo autonomo e strategicamente alternativo al centro sinistra non vuol dire affatto condannarsi all’isolamento o peggio al settarismo.

Nessuno può dimenticare che nel momento più aspro del contrasto con il centro sinistra, dopo la rottura del 1998, il Prc praticò la desistenza unilaterale. Nessuno può dimenticare che è parte del patrimonio culturale e politico del Prc il rispetto e la valorizzazione del sistema delle autonomie. Sempre nel 1998, il Prc rifiutò l’omologazione tra governo nazionale e governi locali. Anzi, proprio l’articolazione tra partecipazione ai governi regionali e locali e opposizione al governo nazionale è stato elemento di rafforzamento del profilo politico complessivo.

Oggi, quindi, sarebbe un errore madornale esimersi dalla responsabilità generale di contribuire alla cacciata di Berlusconi e delle destre dal governo del Paese. La proposta di coalizione democratica, stante la legge elettorale, è l’unica possibile. Ugualmente, è stato giusto praticare una linea unitaria in queste elezioni amministrative, dentro un quadro dinamico di scelte articolate. Ancora più giusto è animare l’iniziativa politica con una grande tensione unitaria, a partire dai contenuti concreti di una svolta nelle politiche del Paese.

Il settarismo, che ti impedisce di articolare la tua azione politica, è una forma grave di minoritarismo che ti condanna alla testimonianza che non incide.

Ma c’è un’altra forma di minoritarismo che va scongiurata: è la retorica dell’unità che copre in realtà una subordinazione e ti condanna all’assimilazione.

Contribuire alla sconfitta delle destre e tensione unitaria sui contenuti da un lato; piena distinzione nella proposta politica e costruzione del proprio progetto dell’alternativa, dall’altro: sono facce della stessa medaglia.

Per questo, occorre escludere con nettezza e senza equivoci o tatticismi l’ipotesi del governo, che, nelle condizioni date, è la morte dell’alternativa che vogliamo costruire.

E’ un errore pensare che ridurre la distinzione del progetto sia funzionale a poter rientrare nel gioco delle forze politiche nazionali. E’ esattamente il contrario: riconquisti anche una sponda di credibilità e di interlocuzione nel campo delle forze politiche dentro un confronto a viso aperto.

Quello che conta, in altre parole, non è la diplomazia ma il rapporto di forze.

7 Rifondare dal basso la federazione

La proposta è dunque quella di un polo della sinistra alternativa che si colloca come cultura politica e come impianto oltre il centro sinistra e apre una sfida, a partire dai contenuti, per cambiare il Paese qui e ora.

C’è, quindi, un filo da tirare per costruire un tessuto di relazioni e di vere e proprie partnership, cominciando dalle pratiche concrete, con le soggettività radicali e le culture innovative e di rottura del patriarcato e del capitalismo. E’ la costruzione di una “sinistra di alternativa materiale”, come corpi dentro le viscere dei conflitti che innervano il tessuto democratico del Paese.

L’intuizione del partito sociale è una strada feconda. Ma non basta perché molteplici sono le forme del fare società che si esprimono nelle pratiche dal basso.

Un percorso anche per la costruzione del programma fondamentale della sinistra di alternativa in Italia, che è da avviare subito e, anche attraverso questo, utile a rilanciare il contrasto alle destre e la sfida al centro sinistra.

C’è un ulteriore punto di approfondimento, dentro il percorso della rifondazione, che riguarda i soggetti e la rappresentanza.

Un discorso che incrocia anchela Federazionedella Sinistra.

I problemi sono molteplici e coinvolgono sia la struttura centrale che quelle periferiche. Va sottolineato, però, quello che può essere assunto come il problema fondamentale: la federazione appare non come una innovazione delle tradizionali forme della partecipazione politica ma come un arretramento dal punto di vista della centralizzazione pattizia delle decisioni. Non incontra, neanche sfiora purtroppo, il tema della separatezza della rappresentanza come critica della politica attuale.

Il movimento altermondialista ha scavato nel profondo proponendo la rottura del tradizionale rapporto tra partiti e movimenti.

Rispetto alla federazione, due strade sembrano di fronte a noi: quella della sua pratica trasformazione in un nuovo partito, come indica la proposta avanzata di unificazione tra il Prc e il PdCI e quella di una rifondazione dal basso della Federazione.

Questa seconda strada sembra di gran lunga preferibile anche perché è l’unica che possa incontrare la critica alla politica che si esprime attraverso il rifiuto della delega e, più ancora in fondo, del rifiuto della supremazia della forma partito rispetto alle altre forme della partecipazione politica.

La federazione come una soggettività politica nuova in cui forze differenti e autonome, e che differenti e autonome rimangono, senza annessioni o ambigue confluenze, decidono di condividere uno spazio comune di relazione.

Non basta una critica parolaia alla deriva plebiscitaria delle primarie perché introiettano il presidenzialismo e la logica del sistema maggioritario, arrivando all’affidamento alla persona come sostitutivo all’affidamento al partito. Se quello che si contrappone ad esse è la riproposizione della delega al partito o alla federazione, dentro una pratica ancora più separata dai corpi vivi, non è strano che esse appaiano come l’innovazione politica più significativa e come l’unico strumento in campo per sconfiggere i giochi a tavolino dei vertici.

Serve una critica da sinistra dello strumento delle primarie, ovvero la messa in discussione dell’idea dell’affidamento. Lo fai solo se sperimenti altre forme partecipative in cui si rompe la gerarchia tra partiti e altre forme di partecipazione politica.

Rifondazione Comunista è la formazione politica della sinistra che più autorevolmente in questi anni ha tentato la strada della costruzione di nuovi pensieri e pratiche di trasformazione. Una storia complessa, costituita anche da grandi errori e gravi sconfitte. Dentro la complessità di questa storia, pensiamo al percorso tra il 1998 (la rottura con il centro sinistra) e il 2001 (l’internità al movimento altermondialista) come un momento alto della rifondazione.

Una potenzialità non messa frutto e successivamente contraddetta. Un filo rosso, che si è spezzato e che va pazientemente riannodato.

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  1. Silvia permalink
    venerdì, giugno 3, 2011 12:23

    Buongiorno vorrei dire la mia personale opinione su Rifondazione a Mantova.A me sembra un pò morta.E lo si vede anche nella percentuale dei voti presi all’elezioni per la Provincia.Ricordo anni indietro percentuali quasi del 10% e ora?Incommentabile…Ho notato fino a una settimana fa,che sull’ingresso della federazione non avete messo neanche un volantino per il referendum.Mi chiedo cosa esista a fare ancora una federazione se non fate le cose basilari.Che non mi si venga a dire che è questione di soldi,perchè ognuno nel piccolo può fare qualcosa.Io per esempio ho stampato di tasca mia dei volantini che consegnerò casa per casa almeno nella mia zona.Voi cosa state facendo?

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