Un pomeriggio a Babele.
di Guido Cristini
Sono tanti, tutti giovani, maschi, il corpo snello, indossano magliette sulla pelle scura. Da più di due settimane vivono in un albergo della città in una sorta di semilibertà: colazione all’alba, pranzo e cena a orari fissi due o tre appelli al giorno. Sono gli immigrati che scappati dalla guerra della Libia con imbarchi di fortuna sono approdati a Lampedusa e che il governo ha provvisoriamente alloggiato a Mantova. L’incontro, voluto dalle associazioni che hanno sede nel centro Bruno Cavalletto, si dimostra subito difficile. Difficile capire le diverse lingue, difficile capire i bisogni, difficile raccontare la paura di essere riportati indietro al punto di partenza, dentro al nulla che é diventata per loro la Libia. Peggio ancora pensare di essere riportati nei paesi di origine dai quali se ne sono andati da anni dopo aver perduto affetti, casa, spesso l’intera famiglia. Eppure è questo che hanno negli occhi assieme alla voglia di essere “normali” di dare un calcio ad un pallone, di avere un domani diverso dallo stare in un albergo senza poter immaginare un futuro.
Superato lo scoglio della lingua, grazie ad un paio di ragazzi e ragazze del Bonomi che si sono prestati a fare da interpreti, proviamo ad ascoltarci.
Si alzano in piedi in mezzo al cerchio delle sedie è raccontano. Frank, Makdad Rachid, Trizzigbe Prince Liberty. Ma più della storia è il buio e l’incertezza del presente a premere, a imporre la sua urgenza. Quanto restiamo qui? Perché non posso raggiungere mio fratello a Milano? Non abbiamo risposte. Ci accorgiamo che non siamo in grado di capire se sono richiedenti asilo, rifugiati, sans papier, o chissà che altro. Non riusciamo a capire perché sono stati messi insieme senza un apparente criterio persone di sette nazionalità diverse, persone che non hanno niente in comune. Perché il nostro governo li tratta come un ingombrante pacco postale a cui manca l’indirizzo?. Basta ricordare che noi siamo opposizione per sentirci innocenti? Le voci si accavallano, mescolando arabo, francese, inglese, italiano. Poi come ad un cenno si alzano ci salutano e se ne vanno via. Alle 18 devono essere in albergo per la cena e il controllo serale. La libertà per oggi è finita.
Noi restiamo a guardarci frustrati e impotenti senza accorgerci che in fondo in poche ore abbiamo fatto una cosa semplice ma per niente facile: rompere il muro dell’indifferenza che li ha resi invisibili.















