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Il terremoto nel Maghreb fa crollare la fortezza Europa

venerdì, febbraio 18, 2011

Scritto da Stefano Galieni

(da Liberazione del 15/2/2011)

Il vento del Maghreb sta spazzando via non solo i caduchi dittatori a cui eravamo abituati ma si sta abbattendo con una portata politica epocale anche sulle coste mediterranee dell’Europa. Per tanto tempo, Italia, Francia e Spagna in particolare, hanno scelto di considerare immutabile il quadro in quella fascia di paesi che vanno dal Marocco all’Egitto, passando per Tunisia, Libia, Algeria. Paesi in cui non era considerato opportuno parlare di “democrazia” o semplicemente di diritti umani. Regimi più o meno totalitari con cui è stato ed è ancora facile concludere buoni affari – risorse energetiche in primis – ottimi per commesse di armi o dispositivi di vigilanza, ideali per le imprese impegnate nella realizzazione di infrastrutture senza il fastidio di sindacati nè di un controllo politico o associativo.

Gli accordi bilaterali stipulati hanno permesso una governance affatto pacifica dei fenomeni migratori. L’Italia, con governi di opposta provenienza politica, ne ha siglato di “impeccabili”: il rapporto con le polizie tunisine ed egiziane era perfetto; con la Libia, per anni base di partenza soprattutto di richiedenti asilo, si è giunti addirittura alla stipula dell’ormai celebre “trattato di amicizia” che, oltre a porre fine alle controversie post coloniali, ha permesso la realizzazione di operazioni congiunte (e illegali) di respingimento in acque internazionali.

E se sono stati spesi centinaia di milioni di euro per l’agenzia Frontex, strumento militare europeo di controllo dei mari, il vero “lavoro sporco” è stato compiuto dalle polizie di frontiera dei singoli paesi che, coadiuvate dalle omologhe europee, hanno definito una esternalizzazione delle frontiere. Non erano più le acque internazionali a delimitare i confini ma gli stessi porti tunisini, libici, algerini ed egiziani, se non i centri di detenzione per immigrati o le patrie galere in cui vengono e venivano rinchiusi chi forzava i confini e chi veniva rimpatriato.

Oggi questa recinzione sta saltando in aria e con essa la stolta pretesa di fermare le migrazioni manu militari. Se ci fosse stato uno straccio di politica estera, il governo italiano avrebbe potuto e dovuto capire, non foss’altro per ragioni generazionali, che Ben Alì o Mubarak non potevano, in tempo di crisi, sperare di poter gestire una transizione morbida al proprio potere e che anche il “grande amico” Mohammar Gheddafi è in difficoltà quanto e come Boutefilka. Non si tratta insomma di un imprevedibile terremoto ma di un fenomeno politico che poteva essere affrontato con intelligenza. L’Italia avrebbe potuto iniziare a prospettare politiche di intervento economiche e sociali verso la sponda sud del Mediterraneo, costruendo una relazione invece che alzare le mura razziste di una fortezza.

La fascia di paesi interessati a questa situazione non può essere considerata in maniera generalistica. Numerosi sono gli elementi di complessità che hanno caratterizzato le rivolte: la povertà certo, ma anche l’aspirazione a progetti di vita migliori. Maroni, parlando di quanto sta accadendo in Tunisia ha fatto il paragone con il Muro di Berlino. Infatti il confine sud, come quello orientale, erano frontiere artificiose destinate a saltare ma la Germania ha scommesso sul crollo del Muro; in pochi anni ha ragionato di “riunificazione”, non senza problemi e tensioni ma con un progetto strategico, facilitato dall’omogeneità linguistica. E l’Italia? E Maroni con i suoi epigoni e le sue propaggini, alcune anche nel centro sinistra? Non sanno cosa fare, non hanno pensato a cosa fare, sono in balia degli eventi.

Eppure sarebbe possibile intervenire su due fronti. Da un lato, occuparsi dell’emergenza, costruendo progetti di accoglienza reale che vedano coinvolta non solo l’Italia. E’ capitato con l’Albania, quando l’impreparazione poteva essere utilizzata come alibi; oggi esistono le risorse per affrontare una crisi umanitaria senza tradurla in provvedimenti di mero ordine pubblico. Le persone oggi accolte potrebbero rivelarsi in gran parte soggetti in grado di sostenere un diverso ordine di rapporti politici, economici e sociali nel Mediterraneo. Un mare che torni ad essere terreno pacifico di circolazione nei due sensi, di merci e persone, in cui ricercare anche strumenti comuni per affrontare la crisi. Se si consolidasse nei paesi in cui la rivolta ha vinto la speranza di poter rompere il rapporto di subalternità con l’Europa, potrebbero realizzarsi condizioni di democrazia reale e di riscatto economico e sociale in loco.

L’Italia dovrebbe rinunciare al ruolo di patetico gendarme, definire una politica di scambi e di cooperazione paritaria, ragionare di partenariato e di interessi comuni. Quello che si chiede a chi governa è in fondo una riflessione di puro buon senso, utile ad individuare una prospettiva di breve, medio e lungo termine. E invece si assiste al solito misero balletto, Maroni prima insulta il governo tunisino chiedendo di potersi sostituire alla polizia locale, poi si inalbera con la commissaria Ue agli Affari interni, Cecilia Malmstrom, rea di non adeguarsi alle richieste italiane. Dovrebbe invece occuparsi soltanto di garantire assistenza reale e non selettiva a chi sbarca sulle coste italiane e prendere atto che, dopo avere, insieme agli altri governi occidentali, vagheggiato una idea di democrazia esportata a suon di cacciabombardieri, oggi una prospettiva di libertà si realizza a prescindere, è pervasiva e ridisegna il quadro geopolitico. Un quadro destinato ad incidere profondamente anche nel nostro continente.

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