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Intervista a Landini: «Il signor Marchionne nasconde la verità»

mercoledì, febbraio 16, 2011

di Loris Campetti

«Il signor Marchionne si richiama ai fatti, ma la ricostruzione che ha presentato al Parlamento è un insieme di omissioni e reticenze. Con i diktat di Pomigliano e Mirafiori ha cancellato il contratto nazionale e la libertà dei lavoratori limitandone i diritti, ad ammalarsi, a scioperare, a eleggere i propri rappresentanti, a contrattare le condizioni di lavoro. Il signor Marchionne propone un modello di relazioni industriali che porta la Fiat e l’Italia fuori dall’Europa». Maurizio Landini non usa mezzi termini, scuote la testa leggendo dichiarazioni subalterne provenienti anche da chi vorrebbe mandare a casa Berlusconi ma «apprezza» la politica di Marchionne. Il segretario generale della Fiom ha letto con attenzione tutte le parole dell’a.d. Fiat in Parlamento, e ribadisce il punto di vista della sua organizzazione.

Marchionne dice e fa quel che vuole, il governo applaude e gli spiana la strada stravolgendo il diritto del lavoro, il centrosinistra si complimenta per la giacca e la cravatta finalmente indossate dal dirigente col golfino. Come giudichi l’audizione parlamentare?
Mi allarmano i silenzi, e non solo quelli di Marchionne. Possibile che le preoccupazioni dei lavoratori non trovino ascolto in un faccia a faccia tra il leader della prima azienda (ex?) e la politica? Su un punto l’a.d. Fiat ha ragione: quando denuncia l’assenza di una politica europea sull’auto e la riconversione industriale e di una politica industriale italiana. Noi lo denunciamo da tempo, serve un intervento pubblico che orienti la politica industriale come avviene in altri paesi dove i governi e le imprese concorrenti della Fiat hanno fatto investimenti per affrontare una situazione internazionale difficile. Ma la Fiat, invece di rivendicare con arroganza in suo modello antisindacale, dovrebbe ammettere gli errori di analisi. Marchionne aveva previsto la chiusura della metà degli stabilimenti auto in Europa, non è avvenuto e la concorrenza ha investito nei nuovi modelli già dentro la crisi. La Fiat non l’ha fatto e ha poco da invocare la produttività se la produzione è al lumicino per mancanza non di volontà dei lavoratori, ma di auto nuove. Marchionne, infine, non ha il consenso dei lavoratori su cui vuol far cadere la sua mannaia.

La globalizzazione impone un progetto unico di uscita dalla crisi, dicono Marchionne, il governo e gran parte delle forze politiche.
È falso, il signor Marchionne sbandiera un modello autoritario come dimostra l’ultimo mancato accordo alla Sevel dove la Fiom era disposta a firmare un accordo che concedeva sabati lavorativi in cambio di assunzioni tra i precari e tra i lavoratori di altri stabilimenti Fiat. Al momento della firma la Fiat ha tirato fuori le norme antisciopero. Chi è che boicotta gli accordi? Marchionne non vuole contrattare ma imporre il totale arbitrio dell’impresa. E di questo, lo ripeto, non c’è traccia nel dibattito politico.

Cosa propone allora la Fiom?
L’apertura di una trattativa vera. Perché ieri fare i suv in Europa era una stupidaggine mentre oggi è il toccasana per «rilanciare» Mirafiori? Perché nell’arco di un anno si è passati dal raddoppio alla chiusura di Termini Imerese? Noi vogliamo trattare e fare accordi, purché si accetti l’idea che è possibile migliorare la produttività restando dentro un sistema di regole, diritti e libertà. Se invece i contenuti della Fiat sono quelli di Pomigliano e Mirafiori, continueremo a rispondere no, a Melfi come a Cassino. Sentiremo cosa proporrà la Fiat sullo stabilimento della Bertone e ribadiremo lo stesso criterio.

Il governo, su scuola e pubblico impiego, ha adottato il modello Fiat con relativi accordi separati.
Si fa ovunque lo stesso gioco e si pretende un’uscita dalla crisi basata sulla cancellazione di regole e diritti. A noi della Fiom appare evidente che con il tasso di disoccupazione che ci ritroviamo e che colpisce soprattutto i giovani, con il precariato che dilaga, con l’attacco al welfare e la cancellazione dei contratti nazionali, un sindacato come la Cgil dovrebbe rafforzare la sua iniziativa di contrasto. E siccome i metalmeccanici, gli studenti, il precariato, la società civile chiedono con le loro mobilitazioni un cambiamento radicale, la Cgil ha il compito, direi statutario, di riunificare le lotte e gli interessi di chi si oppone a Berlusconi, offrendo una prospettiva, un diverso modello di sviluppo, un altro paese e, dunque, un altro governo. Per questo insistiamo con la richiesta dello sciopero generale nazionale.

ilManifesto del 16 febbraio 2011

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