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Ripartire dai movimenti di Paolo Ferrero

venerdì, gennaio 21, 2011

Sintesi aggiornata della Relazione del segretario Paolo Ferrero alla Direzione Nazionale di rifondazione Comunista del 12 gennaio 2011

Molte cose sono successe negli ultimi mesi nella società italiana.

Non mi voglio soffermare sulla vicenda più strettamente politico – giudiziaria che cambia di giorno in giorno. Dalla fiducia ottenuta da Berlusconi attraverso la compravendita di deputati alla sua incriminazione per la prostituzione minorile. E’ del tutto evidente che queste alterne vicende sono di grande rilevanza e possono avere un peso decisivo sulla tenuta o meno del governo e sulla prosecuzione della legislatura. Non è però possibile analizzarle nell’editoriale di un mensile perché vanno seguite giorno per giorno. Lo stiamo facendo con un indirizzo chiaro: la richiesta di elezioni anticipate il più presto possibile, senza se e senza ma.

Voglio quindi soffermarmi sulle dinamiche sociali e sugli elementi di fondo con cui le classi dirigenti stanno affrontando la crisi economica. Lo faccio a partire dal grande risultato ottenuto dal No nel plebiscito messo in campo dalla Fiat a Mirafiori. Si tratta di un risultato formidabile. Abbiamo sottolineato la dignità dei lavoratori, la loro capacità di reagire al ricatto mafioso di Marchionne. Si tratta di elementi veri che non sottolineeremmo mai abbastanza perché non è facile votare No in quelle condizioni e con il ricatto del posto di lavoro. Occorre sottolineare questo elemento senza perdere di vista però l’elemento più direttamente politico: l’autonomia operaia. E’ del tutto evidente che non esistono grandi differenze di giudizio sul dictat di Marchionne tra gli operai che hanno votato SI e gli operai che hanno votato No. Quasi tutti considerano negativamente quell’accordo e un ricatto il referendum. Il punto di differenza è che gli operai che hanno votato No hanno espresso politicamente una forte carica di autonomia, una lettura della crisi alternativa a quella dominante e strombazzata a tempo pieno da tutti i telegiornali e da un arco di forze politiche che va dal PD a Berlusconi. Di fronte ad una campagna ricattatoria e ad una lettura della realtà che vede nel peggioramento delle condizioni di lavoro l’unica strada attraverso cui mantenere l’occupazione, metà degli operai di Mirafiori ha detto di No. Han cioè affermato di avere una altra lettura della realtà in cui è possibile e giusto scontrarsi con il padrone per mantenere sia il posto di lavoro che i diritti. Si tratta di un fatto assai rilevante perché rappresenta un punto di coscienza fondamentale da cui partire per costruire un movimento di massa contro la gestione capitalistica della crisi.
Il No di Mirafiori che segue e conferma – ampliandolo e amplificandolo – il No di Pomigliano, non è però un fenomeno isolato. E’ stato preceduto dal movimento giovanile e studentesco che ha attraversato l’Italia tra novembre e dicembre.

Il movimento studentesco

Dobbiamo analizzare a fondo questo movimento che nasce dalla consapevolezza di una intera generazione di un peggioramento strutturale della propria condizione e del fatto che il proprio futuro sarà incerto e peggiore di quello dei propri genitori. Una generazione a cui negata ogni speranza.
Questo movimento giovanile, che ha visto la partecipazione di studenti – soprattutto i medi – ricercatori e precari, è un prodotto maturo della crisi capitalistica in atto. E’ la ribellione di una generazione condannata senza appello dalla crisi e dalla sua gestione padronale. Il movimento nasce dalla consapevolezza collettiva della propria condizione sociale. Nasce da una presa di coscienza della propria condizione materiale. Non si tratta di un movimento solo italiano. Il movimento dei mesi scorsi in Francia e poi in Inghilterra, la rivolta Tunisina e la ribellione in Algeria parlano lo stesso linguaggio: una generazione perduta che non accetta la propria condanna. La gestione capitalistica della crisi condanna i giovani in quanto tali, questi se ne sono resi conto e si stanno ribellando.
Se quanto detto sopra è vero è del tutto evidente che la contraddizione espressa dal movimento studentesco e precario non è episodica ma strutturale. Non ci troviamo qui di fronte ad un movimento che si mobilita contro un legge specifica per ragioni specifiche. Certo il contrasto alla legge Gelmini è il fatto scatenante, il catalizzatore. Il punto è che la legge rappresenta solo la sentenza della condanna. Non è un movimento particolare contro una legge. Così come, non è un movimento che esprime un disagio esistenziale nella fase di passaggio dall’adolescenza alla maggiore età. Il punto è la consapevolezza che la maggiore età, intesa come fase di stabilizzazione sul piano del lavoro e del reddito, semplicemente non esiste. Il movimento si ribella contro il fatto che la precarietà lavorativa ed esistenziale non è un passaggio contingente ma il tratto caratterizzante di tutta l’esistenza che viene prospettata a questi giovani. Si tratta quindi di una contraddizione strutturale quella contro cui si ribellano i giovani, una contraddizione che ha caratteristiche simili a quella di classe. Sono i giovani in quanto tale a cui viene ritagliato un ruolo subalterno e i giovani in quanto tale si ribellano.

Il contesto in cui nasce il movimento

L’errore più grave che potremo fare di fronte a questo movimento allo stato nascente è la riproposizione di schemi di lettura che appartengono al passato. E’ infatti evidente che questo movimento nasce in una realtà particolare che ne determina fortemente le caratteristiche.
In primo luogo il bipolarismo e la sparizione dell’idea della politica come terreno attraverso cui risolvere propri problemi. La generazione che oggi ha vent’anni è nata dentro sistema bipolare, non ha mai visto il sistema di tipo diverso, ed ha maturato una profonda sfiducia per la politica. Dopo i fallimenti dei due governi di centro sinistra pochi credono che un cambio di governi aprirà la strada all’alternativa. Mi pare di poter dire che c’è una generazione che non si fida e che non si affida. Questo elemento produce forme di funzionamento del movimento molto partecipate e fortemente tese alla propria auto rappresentazione. Si tratta di un movimento molto partecipato, che non accetta di essere diretto dall’esterno, anche quando questi dirigenti si presentano sotto le mentite spoglie di espressioni di movimento.
In secondo luogo il movimento nasce in una situazione in cui la globalizzazione ha pressoché azzerato i margini di riformismo. La globalizzazione tende ad azzerare l’efficacia del conflitto sociale a produrre conflitto tra territori. Questi giovani non nascono nel pieno di una esperienza di lotte che danno luogo a contrattazioni e a modifiche, com’era per la generazione del 68. Questi giovani nascono in una situazione in cui lotte offensive che conquistino risultati non ne hanno mai viste nella loro vita
In terzo luogo il movimento nasce in un contesto di insignificanza delle grandi narrazioni. Il senso di appartenenza sociale e politico che caratterizzava la sinistra italiana è stato pressoché azzerato dalle sconfitte, dai pentimenti, dal revisionismo storico, dall’eterno presente proposto a reti unificate da una comunicazione berlusconizzata.
Questi elementi (se ne potrebbero ovviamente citare altri) incidono pesantemente sulle forme di aggregazione e di espressione del movimento. In particolare mi pare utile sottolineare una certa tendenza a produrre forme di conflitto che potremo definire di tipo ottocentesco, in cui viene riproposta la dinamica della rivolta. Nella percezione che la strada della contrattazione è chiusa, che la via della politica non è risolutiva e nell’assenza di grandi narrazioni, la rivolta viene percepita come la modalità più efficace per affermarsi come soggetto collettivo in uno spazio sociale mediatizzato. Se questa intuizione è giusta e senza che si traggano da questa giudizi di valore – che avrebbero unicamente il sapore reazionario del moralismo degli sconfitti – occorre sapere che la strada di politicizzazione del movimento non potrà seguire strade tradizionali. In particolare mi pare evidente che non si possa e sarebbe completamente sbagliato interagire con il movimento sul terreno della sua rappresentanza. In qualche modo proponendo uno schema in cui il movimento fa quel che può e poi noi sul terreno della politica li rappresentiamo e gli risolviamo i problemi. Con ogni evidenza vi è chi a sinistra, in forme populiste, si propone questa operazione. E’ una operazione sbagliata, che noi abbiamo fatto con il movimento di Genova e che ha contribuito non poco all’arretramento del movimento e della sinistra. Occorre aver quindi aver ben chiaro che il processo di politicizzazione del movimento e la costruzione di un movimento contro la gestione capitalistica della crisi deve muoversi in primo luogo sul terreno stesso del movimento, non può spostarsi nel terreno della rappresentanza. Individuazione degli obiettivi, produzione di cultura e di una memoria sono i compiti che abbiamo da svolgere dentro il movimento, non in rappresentanza del movimento. Si badi che quanto detto vale sicuramente per il movimento studentesco e giovanile ma in larga parte – non ho qui lo spazio per dettagliare – va assunto come fondante anche nel rapporto con i lavoratori e le lavoratrici, la cui distanza dalla politica così come essa si presenta non è certo inferiore a quella dei giovani.

La crisi apre una fase nuova

Riassumendo possiamo dire che il movimento giovanile esprime in modo plastico una prima modificazione strutturale prodotta dalla crisi della globalizzazione e dalla sua gestione capitalistica. Abbiamo sempre detto che la crisi non sarebbe stata una crisi passeggera ma sarebbe durata anni. Abbiamo detto che questa caratteristica lunga e strutturale della crisi avrebbe prodotto modificazioni non solo quantitativi della condizione sociale. La crisi non è solo un peggioramento momentaneo delle condizioni precedenti ma crea una nuova realtà in cui cambia strutturalmente la condizione materiale di milioni di persone e quindi cambia anche la percezione di se, del rapporto tra se e il mondo, tra se e gli altri, tra se e la politica. Dentro la crisi assistiamo a modifiche di fondo in cui convincimenti stabili vengono messi in discussione. Abbiamo detto che la crisi è strutturale e costituente. Questo vuol dire che la crisi apre una fase nuova; non è il peggioramento della fase precedente ma per l’appunto una fase nuova di cui il movimento giovanile è una prima compiuta espressione.
Si potrebbe dire che il No degli operai Fiat esprime il rifiuto degli operai di modificare in peggio la loro situazione attuale e che il movimento degli studenti esprime il rifiuto di un eterno presente senza speranza. Si potrebbe parlare di movimenti sulla difensiva e movimenti all’offensiva ma a mio parere non capiremmo nulla. Il punto fondamentale è che tutti, operai, studenti e precari, hanno capito benissimo chi è l’avversario. Operai e studenti individuano nella gestione capitalistica della crisi il proprio nemico contro cui battersi e per questo è stata così semplice, simpatetica prima ancora che politica, la relazione tra operai e studenti. Per questo gli studenti sono andati in massa alla mobilitazione del 16 ottobre e per questo lo stesso – sono certo – avverrà il 28 gennaio in occasione dello sciopero indetto dalla Fiom. Il punto fondamentale è che inizia a delinearsi la possibile costruzione di un movimento politico di massa contro la gestione capitalistica della crisi.

La gestione capitalistica della crisi.

Si tratta ora di analizzare le caratteristiche della gestione capitalistica della crisi e anche qui abbiamo significative novità. Abbiamo detto che si tratta di una crisi costituente, nel senso che modifica i comportamenti sociali, la percezione del mondo, ma anche le forme di governo e della politica. Abbiamo sottolineato – sulla scorta della lezione degli anni ’30 del secolo scorso – che se la democrazia è stata la forma politica con cui il capitalismo ha gestito nel secondo dopoguerra lo sviluppo in Europa, non è detto che questa scelta valga anche per le fasi di impoverimento, di crisi.
Oltre all’offensiva antidemocratica messa in atto da Berlusconi nel suo tentativo di costruire un regime populistico a base mediatica, abbiamo oggi un salto di qualità sia sul terreno dei rapporti sociali che sul terreno europeo. L’effetto congiunto di queste politiche è la messa in discussione radicale della Costituzione repubblicana sia formalmente che sostanzialmente.
Su piano dei rapporti sociali abbiamo l’offensiva di Marchionne che non è in alcun modo delimitabile al terreno economico. L’obiettivo di Marchionne accanto all’abbassamento dei costi è la cancellazione di qualunque soggettività autonoma dei lavoratori nella fabbrica, l’imposizione del dominio assoluto dell’azienda. E’ evidente che questa prospettiva se si afferma in Fiat è destinata ad estendersi alle altre aziende, a diventare il modello di relazioni sociali dominante, in cui il sindacato non scompare ma si fa complice dell’azienda diventando una articolazione dell’ufficio del personale. Il nuovo contratto Fiat rappresenta per gli operai già assunti quello che la Legge 30 ha rappresentato per i giovani e da strade diverse si arriva allo stesso obiettivo: la cancellazione del contratto nazionale di lavoro. Riguardo a questa offensiva generale sul terreno fondante dei rapporti tra le classi vi è un drammatico errore di analisi da parte della Cgil che legge l’attacco di Marchionne come un fatto isolato che potrebbe essere fermato da una alleanza tra sindacato e Confindustria. Per questo la Cgil continua a tergiversare sullo sciopero generale e non mette in campo un vero movimento di lotta. E’ del tutto evidente che una volta passata in Fiat questo modello dilagherà ed è per questo che occorre immediatamente una lotta generale per fermarlo.
Sul terreno europeo abbiamo il ridisegno degli accordi di Maastricht che prevedono un sostanziale commissariamento degli stati che abbiano un debito superiore al 60% (in Italia siamo al doppio) con un programma di rientro accelerato del debito che porterà a politiche recessive basate sul taglio della spesa pubblica per almeno 20 anni. La stessa proposta di Tremonti di dar vita a bond europei è stata accantonata perché la Germania punta ad una gerarchizzazione dell’Europa a costo di disarticolarla. Anche sul terreno europeo come per la Fiat vi è un intreccio strettissimo tra assunzione di politiche economiche recessive e antipopolari e riduzione della democrazia. Nel caso europeo con la messa in mora dei parlamenti nazionali che vengono nei fatti sottoposti ai voleri di un governo europeo fatto di tecnocrati liberisti e socialmente irresponsabili.

La crisi del riformismo

Il terzo elemento di analisi che emerge è la crisi del riformismo borghese. L’incapacità di Obama di delineare una strada riformista di uscita dalla crisi non può essere sottovalutata. Obama ha avuto una maggioranza piena a camera e senato ed è stato nella possibilità di decidere le politiche con cui fare fronte alla crisi. Il risultato è il sostegno alle banche e la scarsa attenzione all’occupazione. Su questa base è risorta a destra statunitense nella sua variante più estremista e populista. Sul piano europeo tra i governi che stanno producendo piani di aggiustamenti lacrime e sangue vi sono quelli greco e Portoghese e Spagnolo a guida socialista. La stessa bocciatura della proposta di Tremonti sui bond, che comunque rappresentava un minimo elemento di lotta alla speculazione, la dice lunga sul fatto che dentro la crisi nei paesi occidentali, continua a dettare legge il blocco sociale che intreccia rendita e profitto e che ci ha portato esattamente alla crisi. L’afasia del PD sulla vicenda Fiat salvo poi chiedere che la Fiom rispetti il risultato del ricatto praticato da Marchionne la dice lunga sull’incapacità ad uscire dall’ideologia neoliberista. A questo riguardo occorre notare che la segreteria Bersani aveva aperto speranze in merito ad uno spostamento a sinistra del PD. Il fatto che questo sia avvenuto in dosi omeopatiche e in forme del tutto contraddittorie ha azzoppato questa ipotesi e l’intreccio tra la vicenda Fiat e la proposta di alleanza con il terzo polo hanno definitivamente frustrato questa aspettativa.

In conclusione

Possiamo quindi concludere questo elemento analitico segnalando come di fronte alla crisi della globalizzazione neoliberista che si manifesta in primo luogo come crisi del capitalismo occidentale, le classi dominanti europee in hanno imboccato decisamente una linea di destra e che non esistono alternative concrete nel campo della sinistra moderata. In questo contesto stanno nascendo movimenti di lotta che si oppongono alla gestione capitalistica della crisi e che trovano un punto di unificazione nell’individuazione del comune avversario anche se non ancora in una piattaforma organica di uscita socialista dalla crisi. Il caos italiano, sia per quanto riguarda Berlusconi che per quanto riguarda Marchionne, non si caratterizza come un elemento arretrato e un po’ folcloristico, ma come il punto più avanzato di una ristrutturazione capitalistica europea che chiudendo il secondo dopoguerra indica chiaramente una strada di destra di gestione della crisi. SI badi che il salto di qualità del populismo berlusconiano non riguarda solo la distruzione dei diritti del mondo del lavoro ma l’aggressione al complesso dei corpi sociali intermedi e del loro ruolo nella tenuta democratica. Non si può non vedere come tra gli effetti dell’offensiva di Marchionne vi sia anche la riduzione del peso e dell’autorevolezza della Confindustria, oltre che una sua ridefinizione. Chi punta alla sovranità illimitata dell’impresa e del “sovrano” non può tollerare limiti alla propria sovranità da parte delle aggregazioni sociali. La capacità espansiva del “modello Berlusconi” la si evince da almeno due elementi: Da un lato alcuni paesi dell’Est – dall’Ungheria alla Romania – stanno ripercorrendo la stessa strada del populismo anticomunista berlusconiano e scimmiottano i regimi autoritari degli anni ’30. Dall’altra, anche in Francia sta prendendo piede l’idea della costruzione di una destra di governo senza confini alla propria destra, così come ha fatto Berlusconi. Mentre Chirac aveva preferito perdere le elezioni legislative contro Jospin piuttosto che allearsi con Le Pen, proprio in questi giorni il cambio di guida del Front National ( da Le Pen padre a Le Pen figlia) apre la strada ad una intesa con i gollisti che riprodurrebbe in Francia lo steso modello politico della destra italiana.

Le nostre tre priorità:
1) In primo luogo il lavoro di costruzione e di unificazione del movimento. Il primo passaggio è sicuramente il lavoro che stiamo facendo per la generalizzazione dello sciopero proclamato dalla Fiom e dai sindacati di base per il 28 gennaio. Dopo questo appuntamento si tratta di costruire sui territori i Comitati contro la crisi coinvolgendo i soggetti disponibili. la costruzione di un movimento politico di massa contro la gestione capitalistica della crisi è il nostro obiettivo di fase. Solo la costruzione di un movimento di massa può riattivare quei meccanismi di soggettivazione, di costruzione del senso di se degli uomini e delle donne che lottano e contribuire contemporaneamente ad uscire dalla crisi della politica come attività separata e a rompere l’egemonia del pensiero unico berlusconiano che ha colonizzato per intero l’immaginario del paese. Costruire movimento vuol dire costruire un punto di vista alternativo e una soggettività antagonista, condizione per affermare una diversa visione del mondo e della vita. La ripresa della prospettiva comunista come fatto non minoritario può avvenire solo nella critica concreta del capitalismo praticata a livello di massa.

2) In secondo luogo proponiamo di costruire l’unità delle forze a sinistra del PD. Noi siamo impegnati a costruire la Federazione della Sinistra e su questo percorso dobbiamo andare avanti senza tentennamenti. Se è vero che il PD non è in grado di dare una risposta ai temi che pone la crisi è del tutto evidente che dobbiamo fare un passo in avanti. Occorre aggregare un polo della sinistra anticapitalista, in grado di intercettare sia la crisi del PD che le soggettività che si esprimono nei movimenti di lotta. L’attuale frantumazione della sinistra è uno dei limiti maggiori a questa aggregazione e si tratta per tanto di rompere settarismi e autosufficienze al fine di costruire una aggregazione della sinistra antagonista. Per noi il modello federativo, in cui si mette in comune l’essenziale, rispettando i diversi percorsi e le diverse soggettività, rappresenta la strada maestra su cui operare questa aggregazione della sinistra che, per dirla con una battuta, sia contro Berlusconi ma anche contro Marchionne.

3) In terzo luogo occorre contrastare a fondo la proposta del PD di alleanza con le forze centriste riproponendo con forza la proposta del fronte democratico che aggreghi la sinistra e il centro sinistra. La proposta del PD se si realizzasse determinerebbe una uscita dal berlusconismo in chiave di stabilizzazione moderata, senza intaccare minimamente il blocco di interessi privilegiati ed antioperai che attorno al berlusconismo si è raccolto. Si tratta al contrario di utilizzare la crisi del Berlusconismo al fine di mettere in discussione quel blocco di interessi privilegiati, difendendo la democrazia e parimenti aprendo contraddizioni nel campo avversario. Com’è noto noi non riteniamo vi siano le condizioni per costruire oggi l’alternativa con le forze del centro sinistra. Il loro profilo moderato è incompatibile con una uscita da sinistra dalla crisi del capitale. Il Fronte democratico può però rappresentare la strada attraverso cui la crisi del Berlusconismo apra spazi e possibilità di manovra per il movimento di massa e per il rafforzamento della sinistra anticapitalista.

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