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Operai sviluppo e povertà

venerdì, luglio 2, 2010

di Roberto Fiorini

Gli operai sono ricomparsi in prima pagina. Il referendum alla Fiat di Pomigliano li ha posti al centro. Lo scenario era predisposto per sancire la svolta epocale. Dopo Cristo, diceva Marchionni, per indicare un nuovo inizio nelle relazioni industriali, con l’eliminazione del conflitto e l’assoluto dominio padronale. Da tutte le parti si soffiava per l’unica razionalità possibile: il Si incondizionato alle richieste aziendali che inaspriscono le condizioni di lavoro e impongono deroghe a diritti costituzionali (sciopero, malattia e permessi elettorali).

Invece oltre il 36% ha detto No. La prevalenza dei Si è una vittoria, ma una vittoria amara. L’obiettivo, infatti, era il plebiscito a favore, che sancisse la morte di ogni opposizione. Doveva diventare un simbolo, come 30 anni fa la marcia dei 40.000 a Torino. Avrebbe ispirato altre replicazioni anche nelle fabbriche del nord. Invece il consenso pieno è mancato, anzi, si è rovesciato nel suo contrario

Il messaggio dei No è chiaro. Il lavoro umano ha una sua dignità e va difesa, anche in tempi di crisi, sfidando i ricatti più neri e i poteri più forti. Al fondo è brillata una resistenza etica: il rifiuto dell’umano alla sua robotizzazione e liquidazione. E’ un messaggio universale. Che vale anche per tutte le situazioni di lavoro in cui è già in atto quanto viene preteso a Pomigliano.

Il No è anche un messaggio politico contro chi vuole eliminare i contratti nazionali di lavoro (senza i quali si riduce la quota globalmente destinata ai salari e aumenta la disuguaglianza all’interno degli stessi lavoratori) e contro il governo pronto a sfruttare l’occasione offerta dalla Fiat per aggredire la Costituzione italiana, anche sul fronte del lavoro.

Recentemente la Confindustria ha dichiarato che per l’industria italiana “il peggio è passato” e “l’economia italiana è fuori dalla recessione”, contestualmente però i disoccupati hanno raggiunto il 9,1% e nel 2011 potrebbero salire al 9,6%. In realtà, già da ora, includendo cassintegrati e ridotti a part-time, la quota che cerca un nuovo lavoro supera il 12%. Giovani (30% disoccupati) e donne (al sud 43,6% disoccupate) sono i più colpiti.

L’esercito dei precari, condannati alla totale invisibilità, continua a crescere e sono pagati dal 20 al 30% in meno di quelli che hanno un contratto a tempo indeterminato, con molte più probabilità di perdere il posto di lavoro (T. Boeri).
La tecnologica consente di produrre più ricchezza, riducendo il lavoro umano. La crisi finanziaria ha fatto emergere la fragilità di un sistema di sovrapproduzione che si è sviluppato a partire dagli anni ’90.

E’ un problema epocale che va affrontato. Anche in termini di redistribuzione della ricchezza. Non certo ricorrendo alla barbarie di quel nichilismo che spreme la vita delle persone, riducendole a macchine senz’anima.
Già nel 1982 il card Martini parlava dello scontro frontale tra due logiche: quella del “modello tecnicista nell’ottica quantitativa dell’avere” e quella che fa riferimento al “cuore” dell’uomo. Lo scontro è pienamente in corso.

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